Tre sentenze e un giudizio unanime. L’ergastolo a Olindo e Rosa, i pilastri dell’accusa e le richieste delle difese

Ventisei giudici non sono bastati a mandare in archivio il processo per la strage di Erba dell’11 dicembre 2006. Quasi 13 anni dopo la sentenza della Cassazione e la condanna definitiva all’ergastolo di Olindo Romano e Rosa Bazzi, il primo marzo prossimo il caso tornerà in aula in corte d’Appello a Brescia. I difensori dei coniugi in carcere ormai da oltre 17 anni sono convinti che non sia stata accertata la verità sull’orrore di via Diaz e che ancora non ci sia stata giustizia per Raffaella Castagna, Youssef Marzouk, Paola Galli e Valeria Cherubini.

I tre gradi di giudizio

Olindo Romano e Rosa Bazzi sono stati condannati in via definitiva all’ergastolo. Tre gradi di giudizio hanno restituito la stessa, identica verità. Tutti i giudici chiamati a pronunciarsi hanno identificato nell’ex netturbino e nella moglie i responsabili del massacro.
Il processo di primo grado in Corte d’Assise a Como si apre il 29 gennaio del 2008 e si chiude il 26 novembre con la condanna all’ergastolo con isolamento diurno per tre anni di Olindo Romano e Rosa Bazzi. La Corte d’Appello di Milano conferma la decisione il 20 aprile 2010. Il 3 maggio 2011, con la decisione della Cassazione che respinge il ricorso della difesa la condanna è definitiva.

I pilastri dell’accusa

Tre i pilastri sui quali si fonda la condanna. Tre elementi essenziali che, inseriti nel quadro complessivo dell’indagine, si sono trasformati nella pena dell’ergastolo per Olindo e Rosa.
Uno dei pilastri dell’accusa è la testimonianza di Mario Frigerio. L’unico sopravvissuto alla strage ha indicato in Olindo Romano l’uomo che lo ha aggredito e ferito in modo gravissimo. Il secondo pilastro dell’accusa è basato sulle confessioni di Olindo Romano e Rosa Bazzi dopo l’arresto. Per i giudici che fino a qui si sono pronunciati si tratta di racconti precisi, dettagliati, concordanti e perfettamente in linea con la dinamica degli omicidi ricostruita attraverso le autopsie e i rilievi nell’appartamento del massacro. Confessioni che poi entrambi i coniugi hanno ritrattato. Terzo elemento, la macchia di sangue di Valeria Cherubini repertata sul battitacco dell’auto di Olindo Romano.

Le istanze delle difese

“Certezze granitiche”, per i 26 giudici che sono stati chiamati a pronunciarsi sui responsabili della mattanza di via Diaz. Elementi che, al contrario, vengono tutti contestati dalle difese nella richiesta di revisione del processo attraverso nuove consulenze, analisi delle intercettazioni e testimonianze. Per i difensori, le confessioni di Olindo Romano e Rosa Bazzi sono state indotte e Mario Frigerio è un testimone inattendibile. La traccia di sangue è invece “fantasma”, mentre vengono contestate anche le modalità di raccolta dei reperti.
“Nuovi elementi sufficienti a far riaprire il caso”, per i difensori che da anni portano avanti la battaglia per la revisione. La parola, dopo oltre 17 anni, torna ai giudici.

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