La vicenda della scala della scuola media Parini di Como grida vendetta.
I fatti: a marzo 2022 cede un pezzo della scalinata. Bene. Anzi, male. Perché da quel momento parte un iter labirintico, fatto inciampi, rinvii e anche vincoli, dato che l’edificio, di stile razionalista, è tutelato dalla Soprintendenza. In poche parole, per far partire un intervento che richiede quattro mesi di lavori, non bastano tre anni.
Arriviamo così al 2025. Nel frattempo la scala non si è magicamente autoriparata, rigenerata. Eh no, caspita: in tre anni la scala, che prima aveva solamente un pezzettino rotto, ora è conciata pure peggio. E quindi via, nuovo progetto. E quindi via, spese triplicate: dai 100mila euro iniziali, siamo arrivati a 300mila euro (con l’aggiunti altri lavori). Se tutto andrà bene, gli operai metteranno mano alla scala nel maggio del 2026, con la speranza di finire i lavori quattro mesi dopo, nell’agosto 2026.
Capite? Da marzo 2022 ad agosto 2026 per rifare la scalinata di una scuola. Mica Trinità dei Monti. Mica la Scala del Bramante. E poi ci sorprendiamo se la Variante della Tremezzina va a rilento. “Ma dai”, direbbe Mughini.
Questa storia grida vendetta, dicevo. Non tanto (o non solo) per quel che è, ma per quel che rappresenta: il paradigma della lentezza italiana, il bonsai delle opere pubbliche infinite, il Bignami della Salerno-Reggio Calabria, mostro mitologico, eterno simbolo del fallimento della burocrazia applicata ai lavori pubblici.






