Per ottant’anni il suo nome è rimasto sepolto insieme al suo corpo. Ettore Broggi, giovane di Solbiate con Cagno, fu fucilato dai partigiani di Tito il 21 aprile 1945 a Ossero, oggi in Croazia, e gettato in una fossa comune. Martedì 10 febbraio, in occasione del Giorno del ricordo dedicato alle vittime delle foibe, la sorella Giuseppina ha finalmente ricevuto ad Albate la medaglia commemorativa conferita dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un riconoscimento che arriva dopo decenni di oblio, per un giovane comasco la cui vicenda si intreccia con una delle pagine più dolorose e dimenticate della storia italiana: i massacri perpetrati dai partigiani comunisti jugoslavi ai danni di migliaia di italiani tra il 1943 e il 1947, e il successivo esodo di oltre 250.000 persone dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia.
La storia di un giovane comasco
Ettore Broggi era un marinaio della Decima flottiglia Mas, un’unità della Marina militare italiana che nell’aprile del 1945 fu inviata a presidiare le isole del Quarnaro, un arcipelago situato tra l’Istria e la costa dalmata. L’obiettivo era rallentare l’avanzata dell’esercito jugoslavo guidato da Josip Broz, detto Tito, il leader comunista che puntava a conquistare i territori del confine orientale italiano. Il 21 aprile, a Neresine sull’isola di Lussino, i soldati italiani furono sopraffatti: Broggi e i suoi commilitoni vennero catturati, condotti a Ossero e fucilati senza processo.
La morte del giovane comasco si inserisce nel contesto dei massacri delle foibe. Il termine “foiba” indica una cavità carsica, una voragine naturale tipica del territorio tra il Friuli Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia. Durante la Seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, queste cavità divennero luoghi di morte: i partigiani di Tito vi gettarono migliaia di persone, talvolta ancora vive. Non tutti i corpi finirono nelle foibe: molti, come quello di Broggi, furono sepolti in fosse comuni.
I massacri avvennero in due fasi. La prima esplose nell’autunno del 1943, subito dopo l’armistizio dell’8 settembre: i partigiani jugoslavi colpirono fascisti e civili italiani. La seconda ondata, ben più vasta, si verificò nella primavera del 1945, proprio nei giorni in cui Ettore Broggi perdeva la vita. Le stime sul numero delle vittime variano tra 5.000 e 10.000 persone: tra gli uccisi figuravano antifascisti contrari all’annessione alla Jugoslavia, sacerdoti, insegnanti e semplici civili.
La memoria comasca e il silenzio nazionale
La storia di Broggi non è l’unica a legare la provincia di Como alle foibe. Luigi Perini, presidente della sezione comasca dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia presente alla commemorazione, è lui stesso un esule di Capodistria: da bambino trascorse 15 anni in un campo profughi, stipato insieme alla famiglia in un box di compensato di tre metri per due. Arrivò a Como alla fine degli anni Sessanta, vincitore di un concorso per lavorare in dogana, e qui trovò una comunità accogliente. Come lui, molti altri profughi istriani, fiumani e dalmati si stabilirono nel Comasco tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, ricostruendosi una vita dopo aver perso tutto.
Per quasi ottant’anni i resti di Ettore Broggi rimasero in una fossa comune nel cimitero di Ossero. Nel 2019 i corpi furono riesumati e tumulati al Sacrario dei caduti d’oltremare di Bari, ma senza un nome: l’identificazione delle 27 salme è tuttora in corso. La famiglia Broggi è stata rintracciata dai ricercatori dell’Unione degli istriani, nella speranza di restituire un’identità a quel giovane partito dalla provincia di Como e mai più tornato.
La vicenda di Broggi racconta anche il silenzio calato per decenni sui massacri delle foibe. La guerra fredda impose all’Italia una posizione prudente nei confronti della Jugoslavia, e per le famiglie degli esuli il risultato fu un oblio durato mezzo secolo. Il Giorno del ricordo è stato istituito soltanto nel 2004 dalla legge n. 92 del 30 marzo. La data del 10 febbraio richiama la firma dei trattati di pace di Parigi del 1947, che sancirono la cessione alla Jugoslavia dell’Istria, del Quarnaro e della Venezia Giulia. Tra il 1945 e il 1956 oltre 250.000 italiani abbandonarono quelle terre fuggendo dal regime comunista.






