La “spregiudicatezza nell’eliminare fisicamente la vittima, pur in presenza del pagamento del riscatto”, consolidò “definitivamente la reputazione criminale” di Giuseppe Calabrò, conferendogli quella caratura che mantiene alterata ancora oggi”. Tanto che, a 76 anni, è “riconosciuto come referente dell’articolazione territoriale della ‘ndrangheta in Lombardia” e occupa una “posizione di vertice”. E’ quanto scrive la Corte d’Assise di Como (presidente Carlo Cecchetti) nelle 32 pagine dell’ordinanza con cui ha confermato la custodia cautelare in carcere per Calabrò, condannato all’ergastolo il 4 febbraio scorso, assieme a Demetrio Latella, 71 anni, per l’omicidio di Cristina Mazzotti, la studentessa 18enne sequestrata nel 1975. Per la Corte quel sequestro e quell’omicidio furono “la prima manifestazione” della capacità “di intimidazione” e del ruolo di Calabrò nella ‘ndrangheta. Nel provvedimento i giudici ricostruiscono tutta la vicenda, parlano dei legami del 76enne con le famiglia di ‘ndrangheta, delle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e degli elementi raccolti su di lui anche nell’inchiesta della Dda di Milano sugli ultras delle curve di San Siro.
Calabrò era stato fermato dalla Squadra Mobile della polizia il 7 febbraio, pochi giorni dopo la sentenza, su richiesta dei pm della Dda di Milano poi la Corte d’Assise di Como ha rinnovato la misura cautelare perché competente su quel reato di omicidio volontario aggravato.
Il 76enne, aveva scritto il gip, è un “invisibile” della ‘ndrangheta cioè “apparentemente sembra una persona tranquilla, ma ha un valore criminale elevato”. E’ considerato “un affiliato posto in posizione apicale e sovraordinata” agli altri. Il suo nome era emerso anche nell’inchiesta milanese “doppia curva” legata al tifo ultras di San Siro.



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