“Ogni buona attività umana porta con sé un riflesso della bellezza di Dio, e certamente lo sport è tra queste” sono le parole di Papa Leone XIV che il vescovo di Como, il cardinale Oscar Cantoni, ha ricordato nella sua omelia durante la Santa Messa in benedizione delle Olimpiadi Invernali. Gremita questo venerdì sera la chiesa parrocchiale di Bormio per ascoltare le parole del porporato comasco, che ha riconosciuto nell’evento sportivo un’occasione per riconnettersi con gli altri e con Dio.
“Un Deus Ludens, che si diverte e che gioisce nel donare l’esistenza alle sue creature” descrive il vescovo Cantoni. “Lo sport è un riflesso della creatività e della bellezza di Dio”. “Non si tratta solo di dare una prestazione fisica magari straordinaria – prosegue – ma di dare se stessi per gli altri e per la propria crescita.” Un’occasione di gioco che si trasforma in educazione al dialogo e alle relazioni. “Lo sport è un linguaggio universale che unisce le persone di tutte le culture e nazioni. Le Olimpiadi sono un simbolo di questo valore dello sport”. Nelle sue parole il desiderio che le persone ritrovino il senso dello stare insieme, poiché in una società segnata dalla solitudine anche a causa delle tecnologie, lo sport può diventare strumento di incontro avvicinando le comunità e valorizzando la concretezza del corpo e della presenza fisica.
In un telegramma, Papa Leone XIV ha espresso il suo auspicio che l’evento olimpico “sia occasione propizia per favorire i valori autentici dello sport: la lealtà, il rispetto, lo spirito di squadra e di sacrificio, come pure l’inclusione sociale e la gioia dell’incontro”.

Di seguito, il discorso integrale del cardinale diviso nei tre passaggi principali.
1. Un Dio che si diverte
“Noi siamo stati creati da un Dio che gioisce nel donare l’esistenza alle sue creature, che ‘gioca’, come ci ha ricordato la prima Lettura (cfr Pr 8,30-31). Alcuni Padri della Chiesa parlano addirittura, di un Deus ludens, di un Dio che si diverte. Ecco perché lo sport può aiutarci a incontrare Dio: perché richiede un movimento dell’io verso l’altro, certamente esteriore, ma anche e soprattutto interiore. Si tratta di ricercare relazione, andare in profondità, condividere, superare gli egoismi. Dio stesso gioca, e il suo gioco è la creazione. Lo sport è un riflesso della creatività e della bellezza di Dio. Quando ci impegniamo nello sport, stiamo partecipando alla creazione di Dio, stiamo mettendo in gioco le nostre capacità e le nostre passioni per creare qualcosa di bello e di buono.”
2. Giocare se stessi
“Non si tratta solo di dare una prestazione fisica, magari straordinaria, ma di dare sé stessi, di “giocarsi”. Si tratta di darsi per gli altri – per la propria crescita, per i sostenitori, per i propri cari, per gli allenatori, per i collaboratori, per il pubblico, anche per gli avversari – e, se si è veramente sportivi, questo vale al di là del risultato. Lo sport è gioia di vivere, gioco, festa, e come tale va valorizzato mediante il recupero della sua gratuità, della sua capacità di stringere vincoli di amicizia, di favorire il dialogo e l’apertura degli uni verso gli altri.
Lo sport è un linguaggio universale che unisce le persone di tutte le culture e le nazioni. Le Olimpiadi sono un simbolo di questo valore dello sport. Sono un momento in cui le persone di tutto il mondo si riuniscono per celebrare la loro comune umanità, per condividere la loro passione e la loro gioia. Sono un’opportunità per scoprire che, al di là delle differenze, siamo tutti fratelli e sorelle, figli di un unico Dio.
Lo sport, come ci ha ricordato il Papa, è una scuola di umanità: educa alla perseveranza, al gioco di squadra, alla fraternità. È vero quando mette al centro la persona, non solo il risultato, quando unisce invece di dividere.
Sappiamo però che i grandi eventi portano con sé anche fatiche e disagi. Quando crescono gli interessi, c’è il rischio che si perda di vista il bene comune e gli stessi valori olimpici. Come comunità siamo chiamati non alla polemica, ma a una vigilanza responsabile, perché nulla soppianti ciò che conta davvero: le persone e il territorio.
In questo tempo abbiamo bisogno più che mai di una parola diversa: una parola disarmata e disarmante, capace di pace. Parole che non feriscono, che non alimentano divisione, ma costruiscono fiducia anche nello spirito della critica costruttiva. La pace non è assenza di conflitti, ma arte di stare dentro le tensioni senza distruggere.”
3. Lo sport come un “NO! alla solitudine
“Inoltre, viviamo in una società segnata dalla solitudine, in cui l’individualismo ci ha portato ad ignorare l’altro. Lo sport – specialmente quando è di squadra – insegna il valore della collaborazione, del camminare insieme, di quel condividere che, come abbiamo detto, è al cuore stesso della vita di Dio. Può così diventare uno strumento importante di ricomposizione e d’incontro: tra i popoli, nelle comunità, negli ambienti scolastici e lavorativi, nelle famiglie!
Non dobbiamo poi dimenticare che siamo in una società sempre più digitale, in cui le tecnologie, pur avvicinando persone lontane, spesso allontanano chi sta vicino, lo sport valorizza la concretezza dello stare insieme, il senso del corpo, dello spazio, della fatica, del tempo reale.
Si tratta di mettere in partica le parole del vangelo appena ascoltato: “che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati”, dice Gesù, che Papa Gioavnni Paolo II definì “il vero atleta di Dio”, perché ha vinto il mondo non con la forza, ma con la fedeltà dell’amore.
Impegniamoci ad essere campioni nella capacità di amare, di condividere, di essere amici, di cercare quello che unisce e non quello che divide. Il successo di queste Olimpiadi non si misurerà solo nelle medaglie, ma nella qualità delle relazioni, nel rispetto del territorio, nella cura delle persone, nella crescita dell’unità tra culture.
Infine, un grazie sincero a chi, come cristiani e no, è impegnato nell’organizzazione e nell’accoglienza, o nel mondo dello sport come allenatore, atleta, operatore: con un servizio spesso silenzioso, fatto di attenzione, competenza, pazienza e cura. È anche grazie a questo stile che un evento diventa umano.
Affidiamo queste Olimpiadi al Signore:
perché siano occasione di incontro,
perché la competizione resti leale,
perché Bormio, Livigno e tutti i territori coinvolti sappiano offrire non solo gare, ma un segno di fraternità e di pace.“






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