“Testimonianze pienamente affidabili e dimostrative che identificano Demetrio Latella come guidatore della Mini e Giuseppe Calabrò come passeggero armato della stessa”. E’ uno degli elementi chiave che ha portato alla condanna, dopo oltre mezzo secolo di due degli imputati accusati del sequestro e dell’omicidio, nel 1975 della 18enne Cristina Mazzotti.
Emerge dalle motivazioni della sentenza pronunciata il 4 febbraio scorso dalla Corte d’Assise di Como, presieduta da Carlo Cecchetti. Il documento di 287 pagine è stato depositato nelle scorse ore.
“La Corte ritiene che le deposizioni di Carlo Galli ed Emanuela Luisari, valutate secondo i criteri propri della prova dichiarativa, presentino piena affidabilità e sufficienza dimostrativa quanto alla identificazione di Demetrio Latella quale guidatore e di Giuseppe Calabrò quale passeggero armato. Tale conclusione discende dalla convergenza dei racconti sul nucleo essenziale dell’azione, dalla specificità delle descrizioni, dalla costanza dei riconoscimenti, dalla selettività e dalla prudenza con cui i testimoni hanno esposto i propri ricordi”.
Per quanto riguarda Antonio Talia, che è stato invece assolto, “residuano profili di dubbio che non consentono di convertire il sospetto storico in certezza processuale: la sua presenza al rapimento resta ipotizzabile, ma l’istruttoria dibattimentale non ha consentito di superare, sul punto, la soglia del ragionevole dubbio”, scrive la corte.
I due imputati sono stati condannati per omicidio pur avendo partecipato solo alla fase del sequestro. Per la corte, “l’omicidio di Cristina Mazzotti deve essere ascritto a Demetrio Latella e Giuseppe Calabrò a titolo di dolo diretto, poiché l’evento letale, pur non costituendo il fine intenzionale immediato dell’azione, rappresentava una conseguenza accessoria ma altamente probabile, se non sostanzialmente certa, del programma criminoso liberamente e consapevolmente attuato”.


