Il calcio italiano piange Evaristo Beccalossi: bandiera dell’Inter, aveva 69 anni. L’ex calciatore di Inter e Brescia avrebbe compiuto 70 anni tra pochi giorni, il 12 maggio. Da più di un anno le sue condizioni di salute erano critiche per una emorragia cerebrale che l’aveva colpito nel gennaio del 2025.
Negli anni ’80 con la maglia nerazzurra fu avversario del Como in serie A. Proprio a quel periodo risale una foto che spesso si vede nelle pagine dedicate al calcio nostalgico: Beccalossi inseguito dal lariano Giancarlo Centi al Sinigaglia. L’Inter, quel giorno, indossava la terza divisa gialla, evento clamoroso per l’epoca contrariamente ad oggi, quando nei campi si vede tutto e il contrario di tutto. Il Como vinse 1-0, con rete di Adriano Lombardi, e la squadra nerazzurra per scaramanzia evitò di utilizzare ulteriormente quella casacca.
Evaristo Beccalossi era nato a Brescia il 12 maggio del 1956. Oltre che con la squadra della sua città, dove è cresciuto calcisticamente e con l’Inter ha militato con Sampdoria, Monza, Barletta, Pordenone e ha chiuso tra i dilettanti con il Breno nel 1991.
Per eventi benefici e varie iniziative Beccalossi è stato spesso nel Comasco – dove peraltro, ad Appiano, l’Inter ha il suo centro sportivo – e lo si ricorda in veste ufficiale nel 2020, poco prima del periodo-Covid, a Casiglio di Erba in ritiro con la Nazionale Under 19 come capodelegazione.
La camera ardente di Evaristo Beccalossi è aperta oggi dalle 12 alle 19 e domani dalle 9 alle 19 alla Fondazione Poliambulanza a Brescia. L’ultimo saluto sarà venerdì alle 13.45 alla chiesa Conversione di San Paolo in via San Polo a Brescia.
Il ricordo dell’Inter
Questo il messaggio pubblicato dall’Internazionale Fc dopo la scomparsa di Evaristo Beccalossi
Ci sembra impossibile. Nelle pieghe dei ricordi e nella vita di tutti i giorni, Evaristo era sempre uno di noi. Ineffabile, come i suoi dribbling, unico, come il suo modo di trattare il pallone. Il talento non si impara. È un dono, al massimo lo si alleva, con la testardaggine di chi è destro di piede e fin da bambino allena il sinistro nel garage di casa fino a diventare mancino, ambidestro, praticamente onnipotente con entrambi i piedi. Quello di Evaristo Beccalossi era limpido, abbagliante, in contrasto con una continuità di rendimento che a volte veniva meno nel corso delle partite ma che, sempre, gli veniva perdonata, dai compagni e dai tifosi. Fantasista: precisamente, Beccalossi. Gianni Brera lo aveva ribattezzato ‘Driblossi’. L’arte di dribblare, di saltare gli avversari: azzardi sfrontati, quasi sempre riusciti, con leggerezza. Il bello del calcio, il modo più romantico per far innamorare i tifosi. Coi riccioli che ciondolavano sulle spalle, con la sua cadenza inconfondibile in mezzo al campo, dava carezze al pallone.
Nessuno, meglio di Peppino Prisco, ha fotografato l’iconicità di Evaristo: “Lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui. Lui non lo calciava, l’accarezzava riempiendolo di coccole”. Le coccole di Evaristo sono state tante, dentro e fuori dal campo, negli anni in nerazzurro – dal 1978 al 1984 – e poi dopo, nella vita da ex calciatore, sempre al fianco dell’Inter, sempre dentro il calcio, tra Federazione, ragazzi da ispirare e far crescere. Da fantasista anche lì. Destro, sinistro, gol e visione di gioco. Oriali, Marini, Baresi correvano, Beccalossi inventava. E segnava, forniva assist, dipingeva traiettorie. A volte a intermittenza, a volte in maniera folgorante. Con la schiettezza e la naturalezza che lo ha sempre contraddistinto, ammetteva candidamente, senza paura di essere giudicato, perché il suo forte era anche quello: “Quando arrivavo a San Siro i compagni non sapevano se avrebbero giocato in 10 o in 12: dipendeva solo da me”.
La numero 10 sulle spalle: arrivò all’Inter dal Brescia, la squadra della sua città, nel 1978 e si trovò catapultato dentro un Meazza che lo accolse subito spellandosi le mani. D’altronde la segnalazione a Sandro Mazzola – suo predecessore con la 10 e all’epoca dirigente nerazzurro – arrivò dopo una partita in cui dribblò cinque giocatori, prima di fallire il gol davanti al portiere. Il manifesto della sua immensa bravura e anche della sua volubilità, così particolare e al tempo stesso magnetica. “Con Beccalossi e Pasinato vinceremo il campionato”. Molti di noi non erano ancora nati, in quel 1980, ma quel coro accompagnò l’Inter di Bersellini verso il 12° Scudetto. Con Bordon, Baresi, Altobelli, Caso, Bini, Marini, Oriali, Canuti, Pasinato, Muraro, Mozzini, Pancheri, Ambu, Cipollini, Occhipinti e, ovviamente, Evaristo Beccalossi, il 10 di quella squadra. Sette gol, due nel derby dell’8 ottobre 1979. Un destro al volo di una leggerezza inarrivabile, su un campo senza erba, solo di fango. E un altro gol per chiudere una stracittadina solo nerazzurra. Più dei gol, 37 in 215 apparizioni, più dei titoli – uno Scudetto e una Coppa Italia –
Beccalossi è sempre stato l’uomo dei sogni: quello che ti poteva regalare una magia, in qualsiasi momento, e pazienza se non arrivava, tu lo avevi in campo e bastava quello, sapere di poter assistere, presto o tardi, a un dribbling, a una traiettoria impensabile. E pazienza, se in una notte di coppa, arrivarono due errori dal dischetto nel giro di cinque minuti. Ancora una volta, geniale anche in questo caso, pur senza meriti, si trasformò questa serata storta in un qualcosa di artistico: il monologo portato a teatro dall’attore Paolo Rossi. “La cosa più bella a mio avviso era che il popolo interista si identificava in noi. Ho lasciato un buon ricordo anche al giorno d’oggi”.
Non solo un buon ricordo, ma anche un orgoglio profondo nell’aver avuto il ‘Becca’ nella storia del Club. E quella malinconia che si mischia alla tristezza profonda di queste ore ci accompagna con l’ennesimo dribbling della vita di Evaristo.




