Mentre la manovra economica vede la luce, nei primi nove mesi del 2026 in provincia di Como sono state autorizzate 6.590.023 ore di Cassa integrazione in calo del 9,5% rispetto al 2025. Un segno meno che tuttavia è inferiore alla diminuzione registrata in Lombardia e nel resto d’Italia. -11,9% la riduzione regionale e -21,9% nel resto del Paese. Sono i dati diffusi dalla Uil che a dispetto di quanto possa sembrare celano comunque una profonda e preoccupante mutazione della crisi produttiva perché sono la media tra una Cassa ordinaria che diminuisce a fronte di una straordinaria che sale.
Un indicatore inequivocabile – spiegano dal sindacato – di processi di ristrutturazione, riorganizzazione e crisi aziendali complesse che colpiscono in modo disomogeneo i territori, a partire dall’impennata registrata a Varese (+52,1%, con la straordinaria a +351,6%).
“La diminuzione delle ore autorizzate è un segnale positivo, ma non possiamo limitarci a guardare la media regionale – spiega Salvatore Monteduro, Segretario confederale UIL Lombardia -. L’aumento della Cassa Integrazione straordinaria e la sua forte concentrazione in alcuni territori e comparti impongono un monitoraggio costante delle crisi e dei loro esiti. Chiediamo – aggiunge – piani industriali verificabili, tutela assoluta dei posti di lavoro e percorsi strutturati di formazione e riqualificazione già durante la sospensione.”
La situazione comasca viene analizzata dal Coordinatore territoriale Dario Esposito: «A Como diminuiscono sia la cassa integrazione ordinaria sia quella straordinaria. È un segnale positivo – chiarisce – che tuttavia non deve farci abbassare la guardia. Il nostro territorio conserva una forte vocazione manifatturiera ma le trasformazioni economiche e produttive in corso ci impongono di guardare alle prospettive occupazionali dei prossimi anni. La vera sfida – sottolinea Esposito – è quella di prevenire le crisi industriali, anziché limitarci a gestirne le conseguenze. Per questo – conclude – servono strumenti territoriali capaci di accompagnare le imprese nelle difficoltà, salvaguardando l’occupazione e impedendo che vadano disperse competenze e professionalità costruite dai lavoratori nel corso del tempo. Oggi la competitività di un territorio si misura anche nella sua capacità di attrarre, valorizzare e trattenere queste competenze».


