Pioggia di rincari per la guerra in Medio Oriente. Il confitto internazionale pesa sulle tasche degli italiani. Dalle bollette di luce e gas al carburante fino al carrello della spesa: gli aumenti sono ormai all’ordine del giorno e sostenere costi in crescita è sempre più difficile, per famiglie e imprese. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha tra le conseguenze più immediate l’aumento del prezzo dei carburanti, che non si vede però soltanto alla pompa di benzina. Lo si nota nei prodotti sugli scaffali, nei componenti plastici e isolanti, fino a fertilizzanti e detergenti.
La guerra in Iran pesa sulle tasche degli italiani, Trefiletti: “Situazione decisamente negativa”
In sintesi: il petrolio è materia prima per tantissimi prodotti e, per questo, a cascata è facile prevedere ulteriori rincari. E così i pomodori costano tra i 6 e gli 8 euro al chilo, i limoni oltre i 2,30 euro al chilo. Insomma, tutte le filiere produttive devono fare i conti con numerosi rincari e con possibili ricadute anche sui lavoratori. Il tasso d’inflazione, inoltre, aumenta – come già ricordato da Rosario Trefiletti – e per questo, aggiunge, “bisogna essere assolutamente preoccupati“.
La guerra, spiega il presidente del Centro Consumatori Italia, ha peggiorato una situazione già critica per l’Italia. “L’inflazione aveva già causato rincari del 70/80%, soprattutto nella spesa quotidiana. Piove sul bagnato: in una situazione di inflazione elevata e prezzi indescrivibili, si aggiunge ora la crisi energetica che ha conseguenze notevolissime su tutti i processi industriali. Non ci sono solamente i costi dei carburanti, che comportano anche un aumento dei costi dei trasporti – ribadisce Trefiletti – ma aumenta tutto. Gli aumenti sono complessivi e importanti: a quelli che già sussistevano prima della guerra in Iran, si aggiunge un ulteriore rincaro del 20% legato al blocco dello Stretto di Hormuz e a tutte le conseguenze che comporta. La situazione – per Trefiletti – è decisamente negativa“.



