Carburanti, il tetto al prezzo di Eni fa discutere: consumatori soddisfatti, gestori in allarme

Benzina a 1,99 euro al litro, diesel a 2,19. Sono le nuove soglie fissate da Eni, che a partire da lunedì introduce un tetto massimo al prezzo dei carburanti venduti nei distributori del marchio Enilive, un taglio di circa 17 centesimi rispetto alle medie attuali. Il price cap, secondo quanto comunicato dall’azienda, durerà almeno 30 giorni e potrà essere prorogato fino alla fine dell’anno, a seconda di come si muoveranno il mercato internazionale e gli approvvigionamenti.

La decisione arriva in un momento particolarmente delicato per gli automobilisti. Proprio da sabato, infatti, lo sconto concesso dal Governo sulle accise del gasolio si è dimezzato, passando da 12,2 a 6,1 centesimi al litro, un taglio che si somma a prezzi alla pompa già su livelli record. Del resto, secondo un’analisi della Cgia, negli ultimi sette mesi, cioè da quando è scoppiato il conflitto tra Stati Uniti e Iran, la benzina è salita del 29% e il diesel addirittura del 36%. Proprio per questo l’iniziativa di Eni ha trovato subito il plauso del Governo, che l’ha definita un contributo importante nella lotta al caro carburanti, e anche quello di Codacons, che la definisce un primo passo utile per calmierare il mercato e stima per gli automobilisti un risparmio concreto, intorno a 10 euro su un pieno di gasolio e a 11 euro su uno di benzina.

Non tutti, però, condividono lo stesso entusiasmo. Assoutenti chiede infatti al Governo di introdurre per legge un tetto ai prezzi valido per tutte le compagnie, e non solo per Eni. Sulla stessa linea si colloca Daniela Maroni, presidente della Figisc Confcommercio di Como e rappresentante della categoria anche a livello nazionale, che rappresenta i gestori degli impianti di carburante della provincia. Secondo lei, il price cap di Eni rischia di creare una concorrenza sleale nei confronti delle altre compagnie e dei gestori indipendenti, perché l’azienda è partecipata dallo Stato e può permettersi di assorbire il taglio, un margine di manovra che gli altri operatori del settore non hanno. «Eni ha le spalle larghe, noi gestori no» spiega Maroni, che teme per la tenuta economica degli impianti che non riusciranno ad adeguarsi allo stesso prezzo. Il rischio concreto, secondo la presidente della Figisc, è quello di perdere clienti e, in prospettiva, anche posti di lavoro negli impianti stessi. Resta inoltre da capire se anche le altre compagnie petrolifere decideranno di seguire l’esempio di Eni, un’incognita che per il momento lascia l’intera categoria in una fase di forte incertezza.